Il gioco della sabbia è una innovativa tecnica analitica ideata dalla sig. Dora Kalff di Zurigo, seguace e allieva di Jung, tecnica che consiste in una cassetta dal fondo blu riempita di sabbia che può essere asciutta o bagnata. In una stanza vengono predisposti degli oggetti che rappresentano persone delle età, razze, costumi più diversi, insieme a animali di tutte le specie di terra , d’acqua, d’aria, compresi quelli estinti; e poi piante, alberi , arbusti, fiori, quindi tutti i simboli religiosi, i mezzi di trasporto (auto, bus, moto, treno, ecc.), gli oggetti di arredo domestico, le abitazioni, di tutti i tipi e di tutte le latitudini, le chiese e i luoghi di culto, materiale di vario tipo (sassi, pietre, conchiglie, ecc.).
Con la sabbia, asciutta o bagnata e con gli oggetti, viene, ogni volta, dal paziente costruita una scena che rappresenta la situazione psichica profonda del soggetto in quel momento; tale immagine rappresenta un simbolo ,e, come tale, è qualcosa capace di tenere insieme gli opposti, di comporre , a livello interiore, conflitti insanabili, consente di contattare la cosiddetta memoria implicita, cioè aree della memoria molto antica, legata al corpo, a ricordi antichi, rimossi e riportarli alla luce. Essendo una tecnica non verbale, l’immagine non viene interpretata durante la seduta come può accadere per la terapia verbale; il terapeuta e il paziente possono bensì dire delle cose sull’immagine, senza tuttavia dare alcuna interpretazione che verrebbe a disturbare il processo nel suo compiersi. Così sono le mani che sanno nel comporre l’immagine, mentre la mente, il razionale, viene tagliata fuori.
Pertanto attraverso l’immagine simbolica si costruisce il percorso individuale del soggetto, si viene a strutturare la psiche futura, dove è la psiche che cura la psiche, in un processo di autoguarigione.
La sabbiera ha dimensioni definite (lunghezza, larghezza, altezza) e corrisponde al campo visivo dell’uomo: in questo spazio “libero e protetto” si costruisce l’immagine simbolica che ha limiti e dimensioni ben definite: poiché l’uomo può agire solo in un contesto limitato e con limiti ben netti, la sabbiera rimanda a questo spazio che è esterno ma anche interiore.
In tal modo, nel contenitore ermeticamente chiuso, che rimanda alle immagini del vaso alchemico, si compie il processo di rinnovamento della psiche: beninteso in tutto questo è prioritario il rapporto analitico cioè il transfert-controtransfert , pertanto , insieme alla sabbiera, è questo il contenitore simbolico che alimenta e permette la trasformazione.
Le immagini delle sabbie , al termine della seduta, vengono fotografate e rimangono agli atti: quando il paziente avrà percorso un buon tratto della trasformazione, si potranno vedere e commentare insieme, perché a quel punto il processo non potrà più essere disturbato, essendosi compiuto.
La Kalff considerava la sabbia come “ un materiale naturale che può curare”, costituita da tanti minutissimi grani che gli conferiscono una spiccata plasticità e morbidezza, suscita sensazioni tattili che variano moltissimo a seconda che sia asciutta, bagnata e in che quantità, contiene in sé il significato degli elementi naturali primordiali.
Può rappresentare il modo in cui si è in rapporto col proprio corpo; viene riproposta l’antica esperienza di cure materne, la coscienza dell’esperienza avuta col proprio corpo e là dove non c’è stato un contatto col proprio corpo, potrà esserci paura a contattare la sabbia; questo timore può anche nascondere la paura di ciò che può nascere da questo contatto, cioè dal contatto con l’inconscio. Può esserci il bisogno di coprire la sabbia con altri oggetti per evitare l’emergere di contenuti dell’inconscio o lasciarla asciutta per evitare che senza l’acqua qualcosa ci possa crescere o al contrario manipolarla con piacere attivando confidenza e possibilità di sviluppo.
La sand-play è ideata sul finire degli anni cinquanta da Dora Kalff, dopo il training londinese con Margaret Lowenfeld che utilizzava coi bambini anche delle cassette di sabbia in cui essi potevano collocare del materiale ludico; tuttavia la Kalff, osservando tale tecnica, ne intuisce il potenziale terapeutico, ritrovando nella rappresentazione simbolica e nel contatto corporeo con la materia le antiche radici della cura dell’anima.
Profonda conoscitrice delle culture orientali, la Kalff appare ispirata nella sua concezione del gioco della sabbia, anche dall’uso rituale dei mandala di sabbia nell’induismo e nel buddismo tantrico tibetano.
Nella sand-play, la cura è legata a due elementi fondamentali: la manipolazione della sabbia e la possibilità di rappresentare simbolicamente il proprio mondo interno, costruendo nella sabbiera una scena col materiale messo a disposizione.
In presenza dell’analista che assiste al suo gioco, condividendone il vissuto, il paziente vive un’esperienza regressiva, in parte paragonabile a un’esperienza ipnagogica, in cui l’attenzione viene distolta dal mondo circostante e concentrata sui contenuti che emergono dall’inconscio e che vengono proiettati sul materiale del gioco (sabbia, oggetti).
Avviene una concentrazione sul vuoto, come nelle tecniche di meditazione: questo permette l’emergere di un’immagine in cui l’emozione trova rappresentazione.
Nella visione della Kalff, il gioco della sabbia è un processo di ricreazione psichica, un passaggio dal caos al cosmo, dove entrano in azione le forze autocuratrici della psiche, dove è la psiche che cura se stessa, in quanto ripercorrendo gli stadi del proprio sviluppo, vissuto in modo alterato, il paziente può così liberare energie bloccate, riprendendo la linea del proprio divenire ( “divieni ciò che sei”).
Naturalmente il gioco terapeutico è inscritto all’interno della relazione transferale e controtransferale tra paziente e analista. All’interno di questo campo relazionale, il processo di trasformazione ha luogo attraverso l’attivazione del potenziale autocurativo del Sé.
Nella sand-play, la traduzione dell’emozione in un’immagine diversamente rappresentata e giocata, è il frutto di un sofferto processo di ricerca di nuove soluzioni, che si impone alla coscienza quando i vecchi equilibri crollano e il soggetto si trova in una condizione di profonda sofferenza.
Di fronte a un problema irrisolto o a un’emozione inesprimibile che sovrasta l’individuo, l’attività immaginativa apre nuove prospettive, mettendo insieme sensazioni, emozioni e pensieri in modo creativo. In questo accostamento che unisce elementi diversi trasformandoli, l’immagine si apre al simbolo, permettendo all’esperienza simbolica di innescare la trasformazione.
Che cos’è il simbolo per Jung: a differenza di Freud, Jung considera il simbolo come la miglior rappresentazione possibile di un dato relativamente sconosciuto e che non può essere completamente svelato. Deriva dall’attivarsi della funzione trascendente il cui compito è collegare coscienza e inconscio, generando dalle coppie di opposti un terzo elemento integrante, il simbolo appunto, dal greco “sumballein”, cioè “mettere assieme”. “Fintanto che un simbolo è vivo, è espressione di una cosa che non si può meglio caratterizzare: il simbolo è vivo fintanto che è pregno di significato. Ma quando ha dato alla luce il suo significato, quando cioè è stata trovata quell’espressione che formula la cosa ricercata, attesa o presentita, ancor meglio del simbolo in uso fino a quel momento, il simbolo muore e diventa mero segno”.
Il simbolo nasce dunque da un processo energetico che ha come scopo l’integrazione e la trasformazione delle polarità opposte ( simbolo come trasformatore di energie).
Quali i rischi della psicologia del profondo.
La sig. Kalff, colse il rischio che l’analisi, attraverso l’interpretazione dei sogni, dei vissuti, delle situazioni, potesse finire per privilegiare l’intelligenza, ma non l’intelligenza nel suo significato più pieno, cioè “inter-legere”, il leggere tra le righe, il saper scegliere, cioè il saper discernere tra i fattori che attengono alla struttura e alla dinamica della psiche, all’inconscio nelle sue valenze personali e collettive, per poi riunire i diversi elementi emersi e giungere a quell’integrazione delle parti, di tutte le parti, che è tra gli obiettivi principali di un lavoro analitico.
L’esperienza tuttavia dimostra come questa visione capace di accettare e rispettare l’uomo in tutte le sue componenti, è condizione rara.
La Kalff verificò, cosa facilmente constatabile in quanto rientra in una mentalità occidentale diffusa, che l’intelligenza è spesso intesa nell’accezione di funzione principale della mente razionale, legata a una predominanza del logos, cioè del pensiero, di una tendenza a concettualizzare. I concetti vengono da cum-capere, possedere, dunque può una tendenza a voler possedere.
Un atteggiamento che finisca per privilegiare la ragione, è comprensibile in altre scuole, ma rappresenta una anomalia in una psicologia del profondo, quale quella elaborata da Jung, dove troviamo almeno due categorie peculiari , tutta la riflessione sugli opposti e il lavoro sui simboli. Gli opposti e lo sforzo continuamente speso per reggere la tensione, le polarità che vanno tenute entrambi presenti e possibilmente unite. Il conflitto generatore di energia.
L’intuizione del gioco della sabbia, nasce dalla consapevolezza di dover fare i conti con due grandi categorie di opposti, che possiamo indicare in termini generali nello “spirito” e nella “materia”. Il gioco della sabbia si sviluppa nella consapevolezza che la pratica analitica si possa compiere attraverso un approccio e un percorso diversi rispetto a quelli tradizionalmente battuti. Il gioco della sabbia fa appello all’intelligenza anche nella sua parte meno sviluppata, almeno secondo i canoni tradizionali della società occidentale. Esso punta su un interlegere, su un discernimento che si affida anche al valore dell’esperienza condotta attraverso il contatto diretto con un elemento di terra, femminile. L’immagine è quella di una meta (il processo di individuazione) cui si può pervenire attraverso un percorso magari meno esplorato e battuto ma che possiede altrettanta dignità e validità di un itinerario già collaudato, come quello legato al verbale , alla parola.
In questo ambito, occorre pertanto chiarire rispetto al linguaggio, che cosa si intenda quando si usa l’espressione “non verbale” riferita al gioco della sabbia. In questo senso non si ricorre a una terminologia in negativo, privativa di qualcosa che sarebbe invece essenziale cioè la parola. Si vuole invece indicare una caratteristica, che è quella di non ricorrere all’interpretazione dopo ogni seduta in quanto questo interromperebbe il processo terapeutico. Le immagini e la loro interpretazione potrà essere condivisa sul finire del processo.