Che cos’è la psicoterapia? Dal greco psuché (psiche) e sempre dal greco therapeia (cura), dunque la cura della psiche. Ma chi è o cos’è psiche? Non è solo la mente, cioè la parte razionale di noi,  ma qualcosa che si può tradurre dal greco con anima: l’anima,  ψυχή, connesso con ψύχω «respirare, soffiare». Termine la cui etimologia si riconduce all’idea del «soffio», cioè del respiro vitale; presso i Greci designava l’anima  in quanto originariamente identificata con quel respiro; la storia del concetto di psiche viene quindi a coincidere con quella del concetto di anima nella tradizione occidentale.

 Nella psicologia moderna ( come  nell’uso comune) la psiche  è intesa come il complesso delle funzioni e dei processi che danno all’individuo esperienza di sé e del mondo e che ne determinano il comportamento. 

Nel mito greco, Psiche è una bellissima fanciulla che , proprio per la sua bellezza, veniva venerata dagli uomini come una dea. Questo fatto fece arrabbiare molto Afrodite che, gelosa, ordinò a suo figlio Eros (Amore) di farla invaghire dell’uomo più brutto e sgraziato della terra, per castigarla. Ma Eros, appena vista Psiche se ne innamora e la incontra segretamente di notte. Eros non vuole essere riconosciuto e ingiunge a Psiche che i loro incontri devono avvenire al buio. Ma Psiche vuole conoscere l’identità del suo amante misterioso e così una notte avvicina una lucerna al viso di Eros: colpita dalla sorpresa per la bellezza del suo amante, le sfugge di mano la lucerna che lascia cadere l’olio bruciando Eros ; questi si sveglia bruscamente e vede di essere stato scoperto. Irato fugge via. Disperata Psiche vaga per la terra alla ricerca del suo amato, finchè arriva al tempio di Afrodite di cui invoca la protezione per ritrovare Eros. Afrodite le affida una serie di prove da compiere, via via più difficili, fino all’ultima che consiste nel recarsi nel regno dei morti per prendere un unguento di bellezza della regina Proserpina. Psiche riesce anche a superare quest’ultima terribile prova e ritorna in superficie. A quel punto, su preghiera di Eros a Zeus, Psiche viene ammessa al consesso degli dei , si unisce in matrimonio con Eros e diventa immortale.  Dunque secondo la mitologia greca essa è immortale.

Qui ricorrono una serie di temi che ritroviamo in molte culture anche lontane tra loro : pensiamo alla discesa all’Ade di Ulisse nell’Odissea, di Enea nell’Eneide, di Dante nella Divina commedia; in tutti questi casi si tratta di una iniziazione maschile, la “nekuia”, la discesa nel regno dei morti per riemergere alla superficie arricchiti e rinnovati da questa iniziazione.. Nel mito di Psiche è una iniziazione femminile, dove Psiche anela a ricongiungersi con Eros. Quindi un processo iniziatico il cui scopo è riconquistare l’amore perduto, cioè la libido perduta.

Psiche sa di essere incompleta senza Eros: è il tema dell’illuminazione prematura, ma è anche quello che muove i suoi passi fino al ricongiungimento finale. Perché Psiche non può vivere senza Eros?

Pensiamo alla nostra situazione, quando siamo stanchi, senza energia, sfiduciati, pessimisti : non è questo essere senza eros, cioè intendendo l’energia vitale che si declina su innumerevoli piani, da quello fisico a quello psicologico a quello spirituale? La cosiddetta “libido” di Freud e Jung, per parlare di due padri della psicoanalisi. La passione amorosa è il più immediato e riconoscibile aspetto dell’eros ma naturalmente questo si declina anche su tutta una serie di altri piani : il sentirsi vitali, che le funzioni quali la sessualità, l’alimentazione, il sonno, la progettualità, le necessità del quotidiano, il lavoro si svolgano senza grossi problemi, la passione per la musica, per la lettura, lo sport, l’arte, per non parlare della filosofia cioè amore per la sapienza.

Dove si annida l’Eros? A volte negli aspetti più infimi e negletti della nostra vita che occorre incontrare per riprendere il cammino interrotto.

Come per Psiche, anche a noi tocca sottoporci a delle prove iniziatiche, quindi terribili e spaventose, per poter incontrare Eros.

Ora, la psicoterapia è , per definizione, la discesa nel regno dei morti in quanto  va a immergersi in un non-luogo, un posto mai esplorato, dove non c’è un alto e un basso, destra, sinistra e dove anche il terapeuta deve accettare che a guidarlo sia il paziente e deve rinunciare a quello che sa per far posto alla natura del paziente.

L’autenticità del terapeuta comporta la rinuncia alla comprensione razionale a favore della relazione empatica : la comprensione del terapeuta in fondo non conta e tutto dipende dal fatto che comprenda il paziente. Il terapeuta deva saper rinunciare a quello che sa, quindi anche a una impalcatura teorica appresa durante la sua formazione, per incontrare a livello empatico l’Altro. 

Per il terapeuta pertanto, occorre fidarsi di più di ciò che si prova che di ciò che si pensa in quanto la repressione degli affetti ha come conseguenza lo sviluppo di un atteggiamento nevrotico.

Occorre fidarsi del paziente, nel senso che sarà lui a guidarci attraverso strade mai percorse prima, sarà il miglior collega possibile in quello specifico viaggio. 

 Infatti il terapeuta, pur avendo affinato degli strumenti, non sa dove lo porterà la natura del paziente e d’altra parte il paziente non sa dove andare : se lo sapesse non si rivolgerebbe al terapeuta. Tutto quello che si sapeva è già stato fatto. Resta ancora da fare quello che potrebbe essere fatto se si sapesse, ma non si sa (Jung).

La psicologia analitica, a cui faccio riferimento in questo breve excursus in quanto costituisce la mia specifica formazione psicodinamica, appartiene alle cosiddette psicologie del profondo in quanto si suppone una coscienza che contiene tutte le rappresentazioni di cui si è consapevoli e un inconscio, cioè tutto quello che è non-conscio, cioè non conosciuto fino a questo momento, ma che potrà esserlo in futuro o forse mai.

In Psicologia analitica trovano grande risalto la cosiddetta dinamica degli opposti cioè la polarità , sempre presente nella vita di tutti noi, tra bene e male, luce e ombra, alto e basso, secco-umido, vecchio-giovane, ecc.; nessuno di noi può sfuggire a questa dinamica, pena il coartare uno dei poli. Naturalmente non è un’inezia reggere a livello soggettivo questa tensione, ma se si accetta di stare in questo stato sospeso, senza volere subito una risposta, potranno mettersi in movimento istanze soccorrevoli della psiche che porteranno a un superamento della tensione e alla formazione di un “tertium”, cioè il nuovo simbolo che ha la funzione di unificare gli opposti.

Che cos’è un simbolo per la psicologia analitica: la miglior rappresentazione possibile di un dato relativamente sconosciuto e che non può essere completamente svelato. Deriva dall’attivarsi della funzione trascendente il cui compito è collegare coscienza e inconscio, generando dalle coppie di opposti un terzo elemento integrante, il simbolo appunto, dal greco “sumballein”, cioè “mettere assieme”. “Fintanto che un simbolo è vivo, è espressione di una cosa che non si può meglio caratterizzare: il simbolo è vivo fintanto che è pregno di significato. Ma quando ha dato alla luce il suo significato, quando cioè è stata trovata quell’espressione che formula la cosa ricercata, attesa o presentita, ancor meglio del simbolo in uso fino a quel momento, il simbolo muore e diventa mero segno”.

Il simbolo pertanto è sia un generatore che un trasformatore di energia psichica.

Una coppia di opposti che viene messa in relazione e/o in opposizione in psicoterapia è la coppia individuo-collettivo. Certamente l’individuo è parte del collettivo di quel tempo storico, ma una cosa è entrare in rapporto dialettico con lo spirito del tempo, una cosa è essere identificato con esso. Lo spirito del tempo, entra in conflitto con lo spirito del profondo. Mi piace ricordare qui un film molto famoso di Bergman, “Il settimo sigillo”. Ci sono dei viandanti che , nel loro viaggio, incontrano la Morte che , sotto mentite spoglie , si aggiunge alla loro carovana. Tra di essi vi è anche un giullare con la famiglia; questi, grazie alla sua genuinità fanciullesca, riesce a vedere distintamente che il personaggio sconosciuto che gioca a scacchi col cavaliere è la morte, e grazie ad altre visioni che gli si presentano , decide di allontanarsi dalla carovana prendendo un’altra strada e salvando così la sua vita e quella dei suoi. Salvato dallo spirito del profondo. 

Il confronto con l’inconscio è il confronto con l’aspetto più oscuro e sgradevole di ognuno di noi, quello che non si vorrebbe mai vedere cioè l’Ombra secondo la psicologia analitica, e, tuttavia diventa necessario per ritrovare Eros, o, detto altrimenti, per conseguire quello che per Jung è il processo di individuazione, il “diventa ciò che sei”. 

Il confronto con l’Ombra, mette in risalto quella che è chiamata la Persona , cioè la maschera sociale con la quale ci mostriamo al mondo. Maschera sociale molto utile a proteggere l’individuo a patto che questa non soverchi tutte le altre parti della Psiche. Esistono peraltro individui che sono completamente identificati con questa e pertanto unilaterali come ad esempio coloro che sono identificati solo col loro ruolo professionale o lavorativo.

Già il confronto con l’Ombra è un aspetto non da poco, l’ombra individuale, ma anche l’ombra collettiva, sapendo che con queste dimensioni non smetteremo mai di confrontarci per tutta la vita. Mentre il Cristianesimo ha cacciato il diavolo nell’inferno, attribuendo a lui tutta la responsabilità del male e parlando di male come “privatio boni”, esautorando l’uomo da questa responsabilità, nel percorso di individuazione, ognuno deve farsi carico della propria parte di male consapevolmente. Già questa azione , se condotta a livello collettivo, alleggerirebbe di molto la presa del male sugli altri. 

Questo è il percorso iniziatico, la discesa agli inferi di cui parlano i miti. Dunque qualcosa di profondamente connesso all’umano, ( pensiamo a Dante: nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai in una selva oscura, che la diritta via era smarrita) dove avviene il passaggio dal mondo umano, cioè da quanto è conosciuto, all’ultraterreno, dove vagano le anime dei morti, cioè contenuti che prima sono stati nella coscienza e ora non lo sono più o che non lo sono mai stati.

Come possiamo metterci in rapporto con l’inconscio? Attraverso quella che in psicologia analitica viene detta quarta funzione o funzione inferiore per intendere una funzione poco adattata al reale, ma molto legata all’inconscio, qualcosa che non ci permette di essere brillanti e adattati come la funzione superiore con la quale tutti noi operiamo volentieri.

Nelle favole la quarta funzione è rappresentata di solito dal grullo , possiamo dire lo sciocco, lo scemo del villaggio, se non il folle; di solito la fiaba si apre con un problema ( bisogna ritrovare la principessa rapita dal drago, il re è malato e per guarire ha bisogno dell’acqua della vita, ecc.); nelle fiabe ci sono di solito due fratelli saggi e l’ultimo è lo sciocco. Il padre acconsente a far partire il primo fratello, dotandolo di tutti i mezzi necessari ( il cavallo, il nutrimento, ecc.); il primo fratello parte ma non fa ritorno. Allora il padre acconsente che parta il secondo fratello, anche lui dotato di tutti gli strumenti per il viaggio come il primo, ma anche lui si perde e non fa ritorno. L’ultimo fratello allora supplica il padre affinché lo lasci partire: il padre acconsente a malincuore pensando “ se non ce l’hanno fatta i fratelli maggiori, più bravi di lui, come potrà farcela lui?”. Infatti come cavalcatura gli da un ronzino macilento, e una crosta di pane secco che il grullo divide generosamente con gli esseri che gli vengono incontro per primi (folletti, animali, ecc.). Questi poi lo ricompensano dandogli utili indicazioni. Così è il grullo a riportare a casa la principessa o l’acqua della vita o a risolvere il problema di un villaggio dove la sorgente si è essiccata, ecc.

Che significa questo dal punto di vista della psiche? Il grullo o il folle, rappresenta la parte disprezzata della personalità, ridicola e non adattata ma anche quella parte che costituisce il legame con l’inconscio e detiene la chiave per raggiungere la totalità inconscia dell’individuo. La funzione inferiore costituisce sempre un ponte verso l’inconscio. Un’altra caratteristica della funzione inferiore è la sua lentezza; pensiamo un momento alla velocità con la quale ci muoviamo tutti i giorni (internet ultraveloce, auto sempre più veloci , ecc.); sicuramente la nostra funzione inferiore ha poche possibilità di essere riconosciuta e apprezzata nel mondo odierno. Questo è un altro elemento che segna una discontinuità tra individuale e collettivo.

Un altro aspetto che caratterizza la funzione inferiore è la sua suscettibilità; Jung la definisce infantile e tirannica. Tutti noi diventiamo terribilmente infantili quando la nostra funzione inferiore viene in qualche modo toccata: non sopportiamo la minima critica e ci sentiamo perennemente attaccati. In questo ambito siamo terribilmente insicuri e pertanto tiranneggiamo il mondo intero obbligando a una estrema cautela tutti quelli che ci circondano.

Come nasce in Psicologia Analitica il tema delle quattro funzioni? Jung in tipi psicologici, fa una distinzione tra introverso ed estroverso, termini questi ormai entrati nell’uso comune e intuitivamente comprensibili. Non si dà che uno sia meglio dell’altro, sono diversi e con uguale diritto di cittadinanza. Nell’estroverso la libido cosciente fluisce abitualmente verso l’oggetto, accompagnata però da una segreta controazione inconscia diretta verso il soggetto. Nell’introverso accade il contrario. Egli ha l’impressione di essere perennemente oppresso dall’oggetto, dal quale deve perennemente ritrarsi; tutto gli casca addosso ed è sempre sopraffatto dalle impressioni ma non è consapevole di attingere segretamente energia psichica dall’oggetto e di farla refluire nell’oggetto stesso attraverso il suo processo inconscio di estroversione.

Si distinguono quindi quattro tipi di funzioni : pensiero, sentimento, sensazione e intuizione che a loro volta possono essere introverse o estroverse.

La differenziazione rispetto a quale sarà la funzione superiore avviene già nella primissima infanzia, anche se in modo non sempre evidente. Già all’età dell’asilo possiamo osservare lo sviluppo di una funzione principale attraverso la preferenza del bambino per una certa occupazione o il suo atteggiamento verso un altro bambino.

I bambini come gli adulti tendono a fare quello in cui riescono bene e ad evitare ciò in cui non riescono. La tendenza è quella di rimandare o delegare ad altri quelle mansioni verso le quali non ci sentiamo particolarmente dotati. Questo comportamento unilaterale non fa che accrescere l’unilateralità.  Inoltre interviene sempre l’atteggiamento della famiglia: ad es. il ragazzo intelligente deve proseguire gli studi, quello portato alle cose pratiche deve diventare un tecnico. L’ambiente rafforza le tendenze unilaterali preesistenti, i cosiddetti doni di natura, sotto i quali non è difficile riconoscere i geni ereditari.

E’ un processo inevitabile, che presenta anche grandi vantaggi.

Alcuni incontrano qualche difficoltà nello scoprire il proprio tipo, in quanto si tratta di tipi distorti; l’ambiente familiare spesso fa pressioni sul ragazzo affinchè sviluppi una funzione diversa da quella originaria. La sua funzione principale non viene valorizzata dall’ambiente in cui cresce per cui potrà sviluppare una funzione ausiliaria per adattarsi meglio al suo ambiente. ( M.L. von Franz).

Un altro ambito su cui si lavora in psicoterapia sono i sogni e la loro interpretazione.

Il mondo dei sogni è una fonte di informazioni su noi stessi, che, se siamo capaci di decodificare, può veramente aiutarci nella vita di tutti i giorni. Lo stesso mondo dei sogni, può tuttavia divorare un individuo, farne un sognatore a occhi aperti, condurlo a idee non realistiche

Il mondo dei sogni risulta benefico e risanatore solo se riusciamo a dialogare con esso, rimanendo tuttavia in contatto con la vita reale. Non bisogna mai dimenticarsi di vivere: i doveri della vita reale non devono essere trascurati. Se cominciamo a ignorare la vita esterna (il corpo, l’alimentazione, il lavoro), il mondo dei sogni diventa pericoloso. 

Di solito nei sogni, la personificazione di aspetti d’Ombra ha lo stesso sesso del sognatore. La figura d’Ombra manifesta spesso una qualità inferiore o opposta a quella dell’Io ( v. l’esempio di don Chisciotte e Sancho Panza, dove l’uno è irrealistico e pieno di fantasie, l’altro è un uomo in carne ed ossa, coi piedi ben piantati per terra).

Possono però comparire figure dell’altro sesso, l’uomo nella donna e la donna nei sogni dell’uomo, due immagini che Jung definisce Animus e Anima ; cioè nel profondo di ciascun uomo c’è una donna (Anima) e nel profondo di ciascuna donna c’è un uomo (Animus).

Sappiamo che la nostra nascita è determinata da una combinazione di geni, la prevalenza del gene maschile o femminile determina il sesso del bambino. Esistono anche creature androgine; ogni uomo porta in sé un aspetto femminile e ogni donna un aspetto maschile, sia nel corpo che nella psiche.

Il lato femminile di un uomo si manifesta , in negativo con la passività e gli sbalzi d’umore o con una vanità o una testardaggine irrefrenabile. In senso positivo la femminilità consente all’uomo di essere ricettivo, capace di ascolto e di aspettare invece di agire subito. 

Nella donna, il maschile in senso negativo si manifesta con azioni e osservazioni brutali, con una perspicacia ipercritica e imprudente, con una testardaggine incontenibile. In senso positivo, l’aspetto maschile in una donna ha a che fare col coraggio, l’intelligenza, la spiritualità.

Infine un’ultima figura che compare nei sogni è l’immagine del Sé, cioè di quel centro della nostra psiche assolutamente sconosciuto e inconoscibile. Secondo Jung il Sé rappresenta quel centro divino della psiche, sovraordinato , profondo e ignoto che deve essere esplorato per tutta la vita. Nessuno sa che cosa sia il Sé che è dentro ciascuno e nemmeno che cosa voglia. L’immagine del Sé nei sogni può comparire come un fanciullo divino salvifico , una figura di Salvatore, un Vecchio Saggio o una Vecchia Saggia o come uno psicopompo, colui che guida la nostra vita psichica.

Esso si manifesta solo in sogno. Si tratta di un incontro avventuroso con un importante centro profondo dentro a ciascuno di noi.

Quando una persona non vive in rapporto col proprio Sé, quelle energie, i sentimenti inespressi, come i potenziali inutilizzati, costituiscono l’origine della nevrosi. Il sintomo nevrotico oggi più comune è l’inquietudine; essa è prodotta da un sovraccarico di energia che porta a darsi da fare in continuazione perché non si è in contatto con l’inconscio.

L’energia può anche presentarsi sotto forma di ansia pervasiva, una paura che qualcosa di oscuro sia in agguato e possa manifestarsi da un momento all’altro. Tali sintomi derivano dall’inconsapevolezza di un sovraccarico di energia nell’inconscio che non si riesce a contenere e a integrare nella coscienza. Irritabilità, aggressività, ipersessualità, senso di assoluta insignificanza o di vuoto sono tutti sintomi di un disturbo nevrotico.

Durante la prima parte della vita, i sogni riguardano per lo più l’adattamento alla vita esteriore, terrena e materiale. Nella seconda metà della vita, il mondo onirico spinge l’individuo a occuparsi del suo mondo interiore, a sviluppare una certa saggezza, a prendere coscienza dell’aspetto profondo dell’esistenza. Gli ultimi sogni di persone che stanno per morire sono delle chiare preparazioni alla morte. Ma non è possibile comprendere fino in fondo il modello.

Un aspetto molto rilevante in psicoterapia è l’analisi della famiglia o, sarebbe meglio dire, degli antenati. La famiglia crea un clima in cui il soggetto vive immerso fin dalla nascita , clima del tutto inconscio. Per questo motivo, soprattutto i bambini e gli adolescenti, nuotano come pesci nell’inconscio dei genitori; spesso sono portatori di problematiche che erano già della generazione precedente e che, non avendo ricevuto risposta, sono passate ai figli i quali, per dirla con una frase scontata, “pagano le colpe dei padri”. Questo aspetto è ben visibile negli adolescenti, che di fronte a una sintomatologia o un disturbo del comportamento, se allontanati dalla famiglia e immessi in un altro contesto, come ad es. la comunità, se il disturbo non è troppo grave, si riassestano su dei livelli di funzionamento più integrato. Molti pazienti portano in terapia il problema del confronto con la propria famiglia, confronto di cui spesso sono inconsapevoli : ad es. il paziente può dire inconsapevolmente di assomigliare al nonno, ma di non sapere per quale motivo gli somigli; in pratica tutta la famiglia gli ha sempre rimandato questo fatto e lui l’ha assunto come un dato. Nella realtà il nonno si era sposato tardi e aveva avuto un figlio a quell’età. In pratica il paziente in esame, peraltro adulto e sano, non aveva una vita sessuale ma non riteneva questo un problema: anche il nonno si era sposato tardi, dunque…

Come si declina la terapia della psiche a partire da queste premesse?

Per rifarmi alla mia esperienza di psichiatra e psicoterapeuta posso dire che un minimo comune denominatore per prendersi cura della psiche, sia rappresentato da uno stato di tranquillità e di adesione alla cura. Nelle fasi di acuzie, possiamo solo fare interventi di tipo farmacologico per placare l’angoscia, l’agitazione psicomotoria che non di rado sfocia in aggressività. In quelle situazioni, non è presente pertanto alcuna consapevolezza del problema ma si viene agiti e travolti da forze ed emozioni potenti.

Una volta che la fase acuta è trascorsa, si può cominciare ad occuparsi della psiche, cioè cominciare a comprendere il senso dello scompenso acuto (un episodio psicotico, un attacco di panico, ecc.).

Spesso è presente una terapia psicofarmacologica dopo un fatto acuto o anche per contenere una sintomatologia insorta magari subdolamente. 

Voglio spendere due parole sullo psicofarmaco : al di là della fase acuta dove trova l’indicazione principe, lo psicofarmaco può accompagnare anche a lungo, la vita del paziente, finchè sarà possibile eliminarlo senza che vi sia un ritorno della sintomatologia pregressa. Certamente il farmaco è un grande silenziatore dei sintomi psichici, sia nella sua accezione positiva che negativa. In taluni casi infatti, è destinato ad accompagnare il paziente per molti anni, se non per tutta la vita, in altri casi , se il paziente accetta di fare un lavoro psicoterapeutico, acquisendo maggiore consapevolezza di sé e delle proprie potenzialità, si potrà dismettere il farmaco, appena il soggetto abbia recuperato un certo equilibrio dentro di sé che non potrà più essere naturalmente il vecchio assetto psichico, quello che ha condotto allo scompenso.

Vorrei introdurre ancora qualche considerazione sul sintomo: di qualunque sintomo si tratti, un attacco di panico, una nevrosi ipocondriaca o un disturbo delirante, si tratta sempre di un aspetto irrazionale che irrompe a livello di coscienza, disturbando profondamente la vita dell’individuo, ma anche portando gli elementi per ricomporre il quadro secondo una modalità più integrata, naturalmente là dove esistano le risorse perché succeda.

Naturalmente nella valutazione di una psicoterapia per il paziente si terrà conto della forza e delle risorse dell’IO, intendendo con ciò quella struttura psichica che media tra le esigenze del mondo esterno e interno. Se la struttura dell’Io appare fragile e anche il contesto ambientale appare caotico o distruttivo, ci si orienterà verso una terapia di supporto ed educativa, cioè oltre alla eventuale terapia psicofarmacologica, sarà forse opportuno l’inserimento in una comunità terapeutica, dove sarà possibile seguire passo passo l’evolversi psichico. 

Spesso è un procedimento giudiziario che scandisce l’inizio di un percorso terapeutico, l’ingresso in comunità, col riconoscimento di una patologia psichiatrica e con le conseguenti restrizioni della libertà. Per adottare un linguaggio junghiano, possiamo dire allora che , attraverso il reato, grazie all’intervento del sociale (magistratura), inizia il processo di individuazione del soggetto. Attraverso la restrizione della libertà, il soggetto è messo a confronto col suo reato, cioè con la conseguenza delle sue azioni, cosa sulla quale dovrà meditare per molto tempo. Stessa situazione riguarda il problema della dipendenza sia da sostanze che da gioco, ecc. In seguito ai reati commessi , o per procurarsi il denaro per le sostanze o per il gioco, quali aggressioni, minacce, vessazioni, furti ai parenti o a estranei, il soggetto, cui è riconosciuto un vizio di mente totale o parziale, viene immesso nel circuito giudiziario e, data la patologia, non in carcere ma in comunità terapeutica, con le conseguenti restrizioni della libertà personale.   Beninteso, anche i soggetti che pur affetti da una patologia psichica o da una dipendenza, non hanno commesso reati, vengono immessi in un circuito terapeutico che può essere comunitario o anche domiciliare, a seconda delle caratteristiche del quadro clinico e della famiglia, cioè se questa abbia o no le risorse per sostenere il paziente.

Naturalmente c’è differenza tra chi inizia un percorso psicoterapeutico del tutto spontaneamente, in piena libertà e chi vi è costretto da un decreto giudiziario. Nondimeno, anche se il percorso terapeutico in comunità, porta soprattutto a un adattamento al sociale e a una riorganizzazione regressiva della personalità, tuttavia , dobbiamo riconoscere che si instaura comunque un circolo virtuoso che permette, a chi ne abbia gli strumenti, di evolvere sulla via della consapevolezza individuale.

Veniamo adesso alla situazione in cui è il soggetto, libero e pienamente consapevole a chiedere un lavoro di tipo psicoterapeutico. Perché si va in terapia? Perché ci sono dei sintomi, di ogni ordine e grado, perché si è insoddisfatti della vita che si conduce e si vorrebbe dell’altro, senza sapere bene che cosa, perché c’è un problema in famiglia, e non si sa bene che cosa fare, perché si insegue sempre il partner sbagliato, ripetendo gli stessi gironi infernali da anni, ecc.

Certamente a  ben vedere, neppure chi va in terapia spontaneamente è libero, in quanto sospinto da un sintomo o da un problema di cui naturalmente vorrebbe subito la soluzione; e tuttavia il terapeuta non può averla lui la soluzione, ma può dipanarsi solo dal lavoro di entrambi, dal campo interattivo , dalla relazione che si instaura tra i due.

Se il paziente accetta di starci, cioè stare nell’incertezza, nel disagio, un po’ per volta si apriranno degli spiragli che porteranno a una nuova consapevolezza e conoscenza.

Questo aspetto porta il tema del tempo in psicoterapia e altresì del problema all’origine del sintomo o del disagio. A volte si tratta di un problema circoscritto. Ricordo agli inizi del mio lavoro, un uomo, una persona semplice, che si presentò alla consultazione disperato, convinto che la sua vita fosse distrutta, senza più scopo. Presentava una sintomatologia ansioso depressiva ed era francamente angosciato. A un esame più attento emerse che si era separato da poco e che l’unico figlio era andato a vivere con la ex-moglie , il che avrebbe potuto avere come conseguenza che la ex gli mettesse contro il figlio giovinetto.

A ben vedere il paziente non era dispiaciuto per la separazione di cui riconosceva la necessità, ma atterrito dalla possibilità di perdere il rapporto col figlio. Fu sufficiente insistere sul fatto che, nonostante la separazione, lui avrebbe potuto tranquillamente portare avanti il rapporto col figlio, facendo alleanza con la ex per portare avanti questo progetto. Poiché era un uomo semplice e di buon senso, si mise subito all’opera e ottenne il risultato voluto: preservare il rapporto col figlio.

La consultazione si estese per alcuni incontri, poi il paziente venne a dirmi, felicissimo, che aveva ripreso il rapporto col figlio e pertanto si chiuse il nostro rapporto con soddisfazione di entrambi.

Tuttavia le cose non sono sempre così semplici, specie quando si tratta di disturbi di personalità, dove necessariamente la riorganizzazione della stessa necessita di tempi molto lunghi.

Mi viene in mente una paziente borderline che ho seguito per circa due anni, il tempo concessomi da lei, in quanto è spesso il paziente a scandire il tempo della cura.

La patologia borderline è caratterizzata da sentimenti cronici di vuoto , di disperazione , di noia; un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense caratterizzate dall’alternarsi di iperidealizzazione e svalutazione. Sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono; percezione e immagine di sé marcatamente e persistentemente instabili; instabilità affettiva; rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la stessa; impulsività in aree potenzialmente dannose per il soggetto quali sesso, abuso di sostanze, abbuffate, guida spericolata ( classificazione secondo DSM 5).

La paziente trentenne, laureata, consulente universitaria , con una scarsa o nulla autostima, proviene da una famiglia meridionale immigrata al nord; padre pensionato, madre lavoratrice. Una sorella minore che lavora. La paziente si dedica con abnegazione assidua a tutti i membri della sua famiglia con cui è tornata a vivere dopo alcuni anni di convivenza con un partner. In tutte le situazioni si colloca come quella sottomessa e inadeguata. Naturalmente non riesce a difendere i suoi spazi, sia professionali che affettivi.

Bambina adultizzata precocemente dai genitori per cui si deve occupare della sorella minore sin da piccola, perché i genitori lavorano.   E’ la Cenerentola che deve farsi carico di tutti i problemi della famiglia, senza lamentarsi, con abnegazione. 

Nel tempo in cui lavorò con me, portò la necessità di diventare suora laica, di prendere i voti di povertà, castità e obbedienza ed entrare in un ordine religioso, iniziando così la ricerca di un ordine che volesse accoglierla. Parimenti, nonostante la sua laurea di ordine tecnico-biologico , si iscrisse a un corso di formazione socio-sanitaria e iniziò a occuparsi di anziani ricoverati e di disabili. Era sempre perseguitata da qualche paziente strega o da qualche coordinatrice strega. Lei non si difendeva mai ma si metteva sempre in discussione.

 Sembra evidente che abbia bisogno di recuperare una famiglia “spirituale”, alquanto diversa da quella d’origine, di ritrovarsi tra sorelle e con una madre superiora che sia meno scostante del genitore biologico. Anche il nuovo lavoro di OSS segna una svolta, in quanto può stabilire legami affettivi cogli anziani ed essere ricambiata, e remunerata per quanto fa. Quando se ne va, portandomi in dono una corona del rosario le dico che, per quanto la terapia non possa dirsi conclusa, ora  è arrivato per lei il tempo di vivere in un’altra famiglia e fare esperienze diverse da prima.

Altra situazione: una donna con una sintomatologia di conversione caratterizzata da vertigini, sbandamenti nella marcia, ansia, depressione. La donna, trentenne, laureata, proviene da una famiglia ad alta emotività espressa. Ricorda che nell’infanzia, i genitori litigavano ogni giorno, con la minaccia da parte della madre, di portare via le figlie dalla casa coniugale. 

La donna lavora in città , è autonoma, ma ogni tanto deve mettersi a letto per un riacutizzarsi della sintomatologia fisica. Sarà un lavoro lungo con lei, che impegnerà diversi anni. La donna lavora anche con una tecnica analitica non verbale, la sand-play therapy, affiancando sedute verbali ad altre in cui lascia parlare le mani nella creazione di immagini sempre diverse.

Infine va a convivere con un compagno e , dopo aver frequentato un corso per diventare coach , si licenzia dal lavoro precedente e apre un’attività professionale in proprio di cui appare decisamente entusiasta, va nelle carceri, all’università dove intesse un proficuo dialogo cogli studenti, apre anche uno studio in proprio, dove aiuta le persone a ritrovare la strada da percorrere rispetto a un progetto lavorativo o professionale.

E’ evidente che le energie, sequestrate dal trauma dell’infanzia, sono riapparse e si sono canalizzate in modo costruttivo tanto nella vita affettiva che professionale. I sintomi sono scomparsi.

Anche in questo caso, dopo alcuni anni, è la pz a dirmi che , per quanto senta utile la terapia, tuttavia sente che si possa anche chiudere il percorso. Concordo con lei e concludiamo in piena sintonia di intenti.

Questi pochi casi, ci permettono di vedere tutte le difficoltà di un percorso individuale di terapia, che , è semplicemente il “diventa ciò che sei” o il “conosci te stesso” di Socrate. E tuttavia il percorso, in talune situazioni, è necessariamente arduo e per essere positivo , ha bisogno dell’uomo intero, cioè, traslato in termini religiosi confessionali, di tutte le virtù cardinali e teologali del cristianesimo.

D’altra parte i terapeuti non hanno inventato nulla che già i poeti o gli artisti o i santi non abbiano visto o intuito e reso in vario modo nelle loro opere. Forse i terapeuti hanno esplorato in modo più oggettivo la psiche, e sistematizzato le loro scoperte. Mi piace perciò chiudere con un passo di un poeta del ‘900, T.S. Eliot, preso da un’opera della maturità, “Quattro quartetti” :

Voi dite ch’io ripeto 

Qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.

Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là, 

Per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,

Dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete

Dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.

Per possedere ciò che non possedete

Dovete fare la strada della privazione.

Per arrivare a quello che non siete

Dovete andare per la strada nella quale non siete

E quello che non sapete è la sola cosa che sapete

E ciò che avete è ciò che non avete

E dove siete è là dove non siete. 

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